Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”






Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..




“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “




Pino Ciampolillo


mercoledì 24 giugno 2015

Isola delle Femmine Isola Pulita: FANGO SUL PROF. PARMALIANA: CONDANNATO IN APPELLO ...


di Fabio Repici - 23 giugno 2015


Impressioni d’udienza dal processo Cassata

Anche stavolta queste
impressioni d’udienza sono scritte in piena notte. E anche stavolta sono
passate poche ora da una sentenza, nel giudizio a carico dell’ex Procuratore
generale di Messina Antonio Franco Cassata (destra), imputato di
diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana (sinistra). Nella
distrazione indecente del mondo dell’informazione, ieri sera si è concluso il
giudizio d’appello. E ieri sera il Tribunale di Reggio Calabria, nella persona
del giudice Alberto Romeo, ha confermato la sentenza di condanna emessa il 24
gennaio 2013 dal giudice di pace di Reggio Calabria Lucia Spinella. Il corvo
che nel settembre 2009 aveva tentato di sommergere nel fango l’immagine di
Adolfo Parmaliana con un bieco dossier anonimo era proprio Franco Cassata, al
tempo il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina, oltre che
il santo patrono della peggiore Barcellona Pozzo di Gotto.
Non era passato un anno da
quel tragico 2 ottobre 2008 nel quale un uomo giusto, uno scienziato apprezzato
e un militante politico, Adolfo Parmaliana appunto, si era tolto la vita, dopo
aver lasciato un’ultima lettera nella quale aveva illustrato il suo definitivo
atto d’accusa contro “la Magistratura barcellonese/messinese”. Con quel
lucidissimo e angosciante documento, di cui prima o poi dovrebbe essere
disposta la lettura a tutti gli studenti della nazione per far loro comprendere
come il sonno della ragione alla periferia dell’impero possa portare alla
dissoluzione morale della società e al martirio dei suoi cittadini migliori,
Adolfo aveva assegnato un onere gravosissimo a cinque persone, indicate come
esecutori del suo testamento morale. A chiunque era bastato leggere quei cinque
nomi (“Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il
dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe
Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici,
chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i
documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli
accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”) per comprendere che “la
magistratura barcellonese/messinese” voleva dire, innanzi tutto, Antonio Franco
Cassata e Olindo Canali. Non era passato un anno da quel piovoso e plumbeo 2
ottobre 2008 e il corvo barcellonese Antonio Franco Cassata, insieme ad alcuni
complici che finora l’hanno fatto franca, compilava un fetido dossier anonimo
corredato di altrettanto olezzosi documenti per tentare di dire come Adolfo -
altro che eroe borghese! - fosse un ceffo spregevole, dedito all’affarismo più
scellerato in campo accademico e in campo politico.


Ma per quale motivo un magistrato così potente si era abbassato a tanto di
abiezione e di ignominia? Qui occorre fare alcune riflessioni. In quel
settembre 2008, allorché Cassata rastrellava fango (fra i tombini delle fogne
dell’università di Messina, fra le pagine maleodoranti di Centonove e gli
articoli di Michele Schinella, fra i deliri di presunti ambientalisti da
macchietta, fra gli archivi dell’odio lividamente gestiti da squallidi
compaesani di Adolfo), era in via di completamento la biografia di Adolfo da
parte dello scrittore Alfio Caruso. Dopo aver invano mobilitato il suo amico
Melo Freni, dopo aver tentato di intervenire facendo pressioni per il tramite
di Matteo Collura, mentre si adoperava attraverso parenti e amici nello
stalking ai danni di Alfio Caruso, Cassata immaginò il dossier anonimo come
soluzione finale. Tutto doveva essere tentato per impedire che “Io che da morto
vi parlo”, di Alfio Caruso, editore Longanesi, arrivasse nelle librerie
dell’intera nazione, accendendo un pericoloso riflettore sulla “Giustizia
barcellonese/messinese” dell’ultima lettera di Adolfo.


Ecco perché il 24 settembre 2009 quel ripugnante dossier anonimo, dopo essere
stato spedito a se stesso (un classico degli anonimisti) presso la Procura
generale di Messina e al sindaco di Terme Vigliatore, venne recapitato da
Cassata a Milano allo scrittore Alfio Caruso e a Palermo al senatore Beppe
Lumia, al quale ultimo occorreva infine spiegare che non doveva permettersi di
mantenersi lealmente fedele alla memoria di Adolfo Parmaliana.

Alfio Caruso e Beppe Lumia: anche su quei due destinatari occorre fare alcune
riflessioni.

Era stato per un puro caso che il grande scrittore, che ha raccontato con laica
e schietta sapienza l’Italia dell’ultimo secolo, aveva conosciuto la storia di
Adolfo. Ed era stato per un caso ancora più imprevedibile che Cettina
Parmaliana, a due mesi da quel 2 ottobre 2008, aveva visto e sentito quello
scrittore raccontare in televisione la storia del suo Adolfo. E per questo
Cettina, memore dei libri di Alfio Caruso sulla storia della mafia e del PUS
(il partito unico siciliano) ben in mostra nella libreria di Adolfo, aveva
telefonato allo scrittore, mettendogli a disposizione l’archivio del marito.


Era andata così e il risultato era stato quel paradosso che è un po’ l’emblema
dell’Italia di questi tempi: Alfio Caruso, intellettuale conservatore dalla
schiena dritta, stava per completare la biografia del compagno Adolfo
Parmaliana, il figlio dell’operaio Basilio Parmaliana che a 19 anni si era già
iscritto al Pci e aveva sempre proseguito nella militanza politica, pur con
l’eresia di chi ha la testa pensante e non riesce a intrupparsi nel gregge, nel
Pds e nei Ds (la tessera del Pd no: per Adolfo la fedeltà politica aveva un
limite e il Pd era molto oltre quel limite). Per dare il meritato lustro allo
scienziato e militante di sinistra e alle sue battaglie, culminate con il gesto
con cui si era tolto la vita, c’era voluta la penna dell’allievo di Montanelli.











Beppe Lumia, poi, era stato l’unico esponente del suo partito nel quale Adolfo
fino all’ultimo aveva potuto riporre sicura fiducia. Il senatore siciliano
aveva sempre dato supporto al docente dell’università di Messina, anche quando
questi aveva rischiato perfino l’incolumità fisica nelle riunioni del direttivo
provinciale o quando - era il gennaio 2005 - aveva denunciato in
un’affollatissima assise come un dirigente provinciale avesse tentato di
subornarlo il giorno prima della testimonianza che Adolfo era stato chiamato a
rendere al Consiglio superiore della magistratura nel 2002 a carico di Cassata. “Fuori
il nome!”, aveva urlato con la consueta voglia di verità il compianto avvocato Giuseppe
Cappuccio. “Vito Siracusa”, aveva risposto senza remore Adolfo Parmaliana, che
quanto a trasparenza certo non era da meno di Cappuccio. Perfino quando Adolfo
aveva rifiutato la tessera del Pd Lumia aveva continuato a rimanergli vicino e
perfino dopo la morte aveva proseguito a tenerne alta la memoria, coerente al
testamento spirituale di Adolfo. Per questo pure Lumia era da riportare a più
miti consigli, secondo Cassata, e per questo pure lui era diventato
destinatario di quel dossier anonimo, affinché potesse essere indotto a
dubitare delle virtù morali di Adolfo Parmaliana, nell’imminenza del ricordo di
Adolfo a un anno dalla morte, in una manifestazione alla quale Lumia aveva
assicurato la propria presenza.

Ecco da cosa era nato quel dossier anonimo, dall’esigenza di ostacolare
l’uscita di un libro di uno scrittore di fama pubblicato da una casa editrice
autorevole e di frenare l’impegno di un esponente politico conosciuto in tutto
il paese per l’impegno contro Cosa Nostra: senza quei due risultati, si sarebbe
alzato il sipario sulle nefandezze della provincia di Messina e del suo vero
capoluogo, Barcellona Pozzo di Gotto, sui deragliamenti del rito peloritano,
sulle coperture e gli insabbiamenti che erano stati nitidamente fotografati
nell’informativa Tsunami redatta nel 2005 dall’allora capitano Cristaldi (ecco
perché il suo nome nell’ultima lettera) della Compagnia di Barcellona Pozzo di
Gotto. E a quali magistrati faceva riferimento Tsunami, se non Cassata e
Canali? Tsunami per Adolfo, che ne aveva fatto un proprio pallino, era stata
una specie di decriptatore attraverso il quale aveva finalmente compreso,
esattamente in linea con quanto aveva raccontato nel 2002 al Csm nel
procedimento a carico di Cassata, quali erano le maglie della catena che avevano
garantito impunità al malaffare degli amministratori comunali della sua Terme
Vigliatore, il cui grado di compromissione era stato certificato dal decreto
del Presidente Ciampi, con il quale l’amministrazione il 22 dicembre 2005 era
stata sciolta per condizionamento mafioso.
Quando, però, Cassata e i
suoi ancora per poco anonimi complici realizzarono quel ributtante dossier
anonimo furono traditi dalla leggerezza alla quale sempre conduce l’abitudine
all’impunità. E così fra i documenti allegati fu inserito anche un fax che
immediatamente i dati del traffico telefonico certificarono essere stato
ricevuto proprio dalla Procura generale di Messina. Da lì le indagini, subito
dopo che per conto di Cettina Parmaliana proposi querela, furono trasferite
alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Fortuna volle che in quegli
anni quell’ufficio requirente fosse guidato da Giuseppe Pignatone e che il
fascicolo venne assegnato a un sostituto tanto giovane quanto intelligente e
onesto, che sulle devianze barcellonesi ormai aveva acquisito una notevole
esperienza, Federico Perrone Capano. Fu proprio quest’ultimo a vivere una scena
da film, che avrebbe finito per segnare il destino giudiziario di Cassata.
Trovandosi per attività istruttoria dentro l’ufficio di Cassata alla Procura
generale di Messina, Perrone Capano si accorse che in un’elegante vetrinetta
c’era uno strano faldone. La dicitura che vi si leggeva sopra lo dovette fare
saltare in aria dalla sorpresa: “Copie esposto Parmaliana da spedire”. Sì,
avete letto bene, proprio “da spedire”. Erano altre tre copie dell’esposto
anonimo originale, privo dei timbri del protocollo che invece campeggiavano
nella copia ufficialmente ricevuta dal Procuratore generale. Il giovane
sostituto non poté che effettuare un fantasmagorico sequestro nella stanza del
Procuratore generale, dopo che la sua preziosa vetrinetta fu aperta dalla più
“fedele” fra i cancellieri dell’ufficio, la dr.ssa Franca Ruello, moglie di
Olindo Canali. Il mese dopo Cassata fu interrogato da Pignatone e Perrone
Capano, in un verbale che andrebbe fatto studiare nei corsi di formazione per i
pubblici ministeri, altro che le trovate televisive di qualche
magistrato-scrittore. Cassata era rimasto tanto in braghe di tela che la
settimana dopo chiese un nuovo interrogatorio, pensando di mettere una pezza
con l’indicazione di un testimone che avrebbe dovuto fornirgli l’alibi ma che
sembrava trovato, questo sì, nella sceneggiatura di un film con Bombolo e
Alvaro Vitali. Era un commesso della Procura generale, Ciro Alemagna, che oggi
si trova imputato di falsa testimonianza e che nel dicembre 2008, da
pensionato, manteneva strane mansioni alla Procura generale, descritte con
involontaria ironia da se stesso (in puro slang campano) e da Cassata all’unisono.
Alemagna: “Le dirò di più ancora, io già ero in pensione, però il Dottore
Cassata, dato che io ho avuto sempre un ottimo rapporto e anch’io per sbarcare
il lunario, perché ho problemi economici, vado ogni tanto in ufficio, lui mi
accoglie sempre come si deve, anche i colleghi”; Cassata: “premetto
che Alemagna da circa una ventina di giorni nonostante le mie pressioni del
colleghi la del ministero di farlo restare ancora un po’, lui continua a venire
alla procura generale, perché sbriga qualche cosetta per me”. Quindi,
utilizzando le stesse parole degli interessati, Alemagna “per sbarcare il
lunario”, “sbrigava qualche cosetta” per Cassata. Nella specie, sbrigò
quella che, per il giudice di primo grado e, è da credere, anche per il
Tribunale che ieri ha confermato la condanna, è una falsa testimonianza,
fornendo un falso alibi.

Davanti a cotante prove uno sarebbe stato portato a pensare che l’imputato
avrebbe confessato e implorato la concessione delle attenuanti generiche. No,
pensieri da ingenuo. Durante il processo alle volte (e fino a ieri) è parso che
gli imputati fossero, di volta in volta, Alfio Caruso, Beppe Lumia, la modesta
persona di chi scrive queste righe e infine Adolfo. Al quale, evidentemente,
ancora oggi qualcuno non riesce a perdonare di essere stato un militante
politico innervato dei valori dell’onestà e del progresso, uno scienziato che
era riuscito a farsi da solo con l’amore di un padre operaio e di una mamma
ostetrica di paese (“levatrice”, si diceva dalle mie parti quand’ero bambino),
un professore universitario apprezzato nell’intero paese e adorato dai suoi
studenti.

Questo per dire come la bella notizia di ieri (ché tale è una sentenza che
anche davanti a un imputato potente preferisce affermare giustizia e
riconoscere tutela morale alla memoria di Adolfo Parmaliana), in realtà, è
l’ultimo atto di una storia triste, perché è una storia che sembra la
narrazione di un novello Don Chisciotte, riscritta in tragedia come fosse
uscita dalla penna di Euripide o di Shakespeare, che ci insegna tante cose. Ci
insegna che anche alla periferia dell’impero, come una straordinaria scrittrice
ha dimostrato di questi tempi, possono accadere storie che si sollevano dalla
dimensione privata e acquistano i caratteri della Storia, anche nella provincia
di Messina, anche in quel buco del culo del mondo che è Terme Vigliatore, il
paese dal quale Adolfo non seppe mai distaccarsi e per amore del quale, per
certi versi, Adolfo terminò la sua vita. Ci insegna che anche i satrapi
apparentemente intoccabili della periferia dell’impero alla fine possono
scivolare su una buccia di banana. In seguito alla condanna di primo grado
Cassata, dopo una surreale inaugurazione dell’anno giudiziario con la sedia
vuota del Procuratore generale, andò ignominiosamente in pensione. Ridestatasi
civilmente la Barcellona di Cassata da un molto diffuso servilismo di decenni,
grazie alla parentesi di una sindaca legalitaria, Maria Teresa Collica, che
aveva dovuto subire perfino i manifesti sui muri della città con tanto di
marchio del circolo Corda Fratres, il sodalizio paramassonico di Cassata, e che
era stata fatta cadere per una mozione di sfiducia proposta dagli ex seguaci
del senatore Nania e votata scelleratamente da uno scellerato Pd (giusto per
ribadire la giustezza delle valutazioni di Adolfo su quel partito), nove giorni
fa la città si era riconsegnata al passato, votando a maggioranza il delfino
(che a vederlo sembra più un rospo) del senatore Nania. E, poiché in certi
ambienti i messaggi simbolici sono importanti e Cassata da tempo covava la
voglia di fare politicamente uno sfregio sul volto dell’ex sindaca Collica,
ecco che domenica scorsa il nuovo sindaco era andato al museo Cassata (sì, lo
sapete, c’è pure il museo, e in fondo pure un involontario teatro itinerante in
città) a baciare la pantofola del santo patrono (ormai ex), con tanto di foto
comparsa sul quotidiano locale. Giusto il giorno prima della sentenza di
condanna: insomma, non è stata una bella pensata per Cassata. Ma è stato un
gesto politico osceno del neosindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, il quale
oggi dovrebbe chiedere pubblicamente scusa alla memoria di Adolfo Parmaliana e
ai suoi familiari, al più presto, e poi immediatamente dimettersi per minima
dose di decenza morale, se conosce il significato di queste parole.

Io, però, ancora ieri ho compreso che da quel maledetto 2 ottobre 2008 e da
quelle parole vergate da Adolfo nella sua ultima lettera non sono ancora
riuscito a elaborare il lutto. Me ne rendevo conto ieri in udienza, pure quando
uno dei due difensori di Cassata, l’avv. Veneto, chissà perché, ha confuso il
nome del suo assistito con quello del capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto,
Cattafi. E pensavo a tutto ciò che da quel 2 ottobre 2008 ho visto. E a quello
che io e pochi altri in solitudine, e i congiunti di Adolfo per primi, abbiamo
dovuto subire in tutti questi anni. Me ne rendevo conto nell’aula di udienza,
quando a un certo punto ho incrociato gli occhi tristi e angosciati della
moglie di Adolfo, che in tutti questi anni, insieme ai suoi figli, Gilda e
Basilio, ha mostrato alla nazione cosa voglia dire dover tutelare da soli,
nella smemoratezza delle istituzioni, la memoria di un uomo che anche per
difendere le istituzioni aveva dato la sua vita. E - sebbene possa sembrare che
io non sia la persona più indicata per dirlo, ma l’ultima lettera di Adolfo me
ne dà senz’altro titolo - ho pensato a quanto sarebbe bello (anzi, quanto
sarebbe normale per un paese civile) se il Presidente della Repubblica si
rendesse conto che la vita e la morte e tutta la storia di Adolfo Parmaliana
sono una ricchezza formidabile per questo paese sbandato e che sarebbe proprio
un bel gesto invitare al Quirinale la moglie e i figli di Adolfo, per
rappresentar loro simbolicamente che l’Italia non dimenticherà il prof. Parmaliana.

Adolfo non tornerebbe in vita. Ma la sua memoria riposerebbe finalmente in pace
e nel giusto prestigio che merita. E, chissà, forse a quel punto riuscirei a
elaborare il lutto.
La sentenza di ieri è
servita anche a questo. Dopo la condanna in primo grado Cassata ebbe il
coraggio di sostenere che la Giudice era stata minacciata da me. Non so se oggi
si inventerà qualche altra calunnia, magari che io o i familiari di Adolfo
abbiamo corrotto l’intero Tribunale di Reggio Calabria. Certe oscenità ho imparato
che bisogna farsele scivolare addosso. So, però, che Mariella Cicero, Biagio
Parmaliana e io, difensori di parte civile nel processo conclusosi ieri in
appello, abbiamo avuto ragione nel batterci confidando che giustizia sarebbe
arrivata.
Infine, è arrivata.

Fabio Repici 












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