Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”






Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..




“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “




Pino Ciampolillo


mercoledì 7 ottobre 2009

Minacce di morte a Sandro Ruotolo:

Minacce di morte a Sandro Ruotolo:
il giornalista pedinato e sorvegliato

Negli ultimi giorni è stato impegnato in un'inchiesta sulla mafia per Annozero. «Continuerò con la schiena dritta»










ROMA (6 ottobre) - Una lettera anonima con minacce di morte è arrivata a casa del giornalista Sandro Ruotolo, uno dei più stretti collaboratori di Michele Santoro nel programma tv Annozero. Le minacce, sulle quali sta indagando la Digos di Roma, riguardano anche la famiglia di Ruotolo. Secondo gli inquirenti non si tratterebbe dell'opera di un mitomane: da alcuni dettagli della lettera si evince che il giornalista, impegnato negli ultimi giorni a Palermo per un'inchiesta sulla mafia che dovrebbe andare in onda nel programma di Raidue, è stato pedinato e sorvegliato. Nella stessa missiva, scritta probabilmente tramite computer, si fa riferimento ad una lista di obiettivi in cui Ruotolo sarebbe il secondo: la lista non comprenderebbe altre persone legate ad Annozero.

Nella lettera riferimenti al servizio sul "caso Boffo".
Nella lettera, oltre a frasi come «Attento tu sei il secondo della lista», ci sono anche riferimenti ad un servizio andato in onda sulla vicenda Boffo, l'ex direttore di Avvenire dimessosi dopo le polemiche seguite ad alcuni articoli pubblicati da "Il Giornale". La lettera, oltre a precisare che il giornalista è stato «pedinato e seguito», fa riferimento alla sua vita privata: chi ha scritto le minacce ha parlato dei due animali domestici di casa Ruotolo.

Le indagini della Digos. La lettera è ora nelle mani della Digos di Roma, i cui investigatori stanno procedendo a due tipi di indagini, quelle tecnico-scientifiche e quelle di analisi per verificarne la matrice. Fondamentale, è stato spiegato, è non sottovalutare nessun passaggio della missiva e procedere ad ogni tipo di controllo. Ma per fare ciò bisognerà studiare il «lessico e le espressioni» usate nella lettera a Ruotolo per poterle, eventualmente, mettere a confronto e collegare a gruppi o persone che in passato hanno rivendicato atti dimostrativi.

«Continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta. Mi fido degli investigatori, quello che loro dicono mi va bene, sono dei professionisti - ha dichiarato il giornalista - L'unica cosa che posso sicuramente affermare è che continuerò a fare il giornalista con la schiena dritta, queste cose non mi fermano».

Solidarietà a Ruotolo è stata espressa da esponenti di tutte le forze politiche. «Ogni giornalista, al di là delle polemiche, ha il diritto di poter lavorare in piena serenità - ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani - Mi auguro che Ruotolo non si lasci intimidire e continui a lavorare in piena serenità non sentendosi solo perché ha al fianco i colleghi e le istituzioni».
Per la capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro «le minacce che Ruotolo ha ricevuto sono molto preoccupanti e sono un segnale gravissimo del clima pessimo in cui stiamo vivendo nel nostro Paese». Solidarietà anche dal Pdl: il senatore Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari costituzionali dice che «Ruotolo è un giornalista sicuramente scomodo che fa inchieste coraggiose, anche se talvolta non tutto è condivisibile. Ma proprio per questo la mia solidarietà è ancora più forte, perché nessuno può pensare di spegnere la voce di un giornalista libero». Il deputato dell'Udc Roberto Rao, capogruppo centrista in commissione di Vigilanza Rai, sottoline che «Sandro Ruotolo è un giornalista indipendente e coraggioso, che in tanti anni di inchieste ha saputo far emergere molte verità nascoste. A lui va la nostra sincera solidarietà per le minacce di cui è stato fatto oggetto». Massimo Donadi e Felice Belisario, presidenti dei gruppi parlamentari dell'Idv: «A nome dei deputati e dei senatori di Italia dei Valori esprimiamo a Sandro Ruotolo, raro esempio di giornalista coraggioso ed indipendente, e alla sua famiglia piena solidarietà per le vili minacce di cui è stato oggetto. Confidiamo altresì nel lavoro degli investigatori che ci auguriamo possa far luce quanto prima su tale preoccupante episodio da non sottovalutare, segnale di un imbarbarimento del clima nel nostro Paese». Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, sostiene che «proprio nel momento in cui Berlusconi suscita un clima di caccia alle streghe nei confronti della libertà di stampa e di critica, la natura e le modalità delle minacce a Ruotolo diventano oltremodo inquietanti». Attestati di solidarietà e di stima nei confronti di Ruotolo vengono, tra gli altri, anche dalla Federazione nazionale della stampa, dall'Associazione stampa romana e dall'Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili.




6/10/2009 (17:13) - IL CASO

Sandro Ruotolo
minacciato di morte






Sandro Ruotolo, giornalista di Annozero

Lettera anonima contro il giornalista «Ma continuerò a fare il mio lavoro»

ROMA
Minacciato di morte, pedinato, sorvegliato: momenti da incubo per il numero due di Annozero, Sandro Ruotolo, che si è visto recapitare a casa una lettera minatoria con alcuni riferimenti al caso Boffo, il direttore di Avvenire che si è dimesso dopo la campagna del Giornale. La missiva avverte Ruotolo che è il secondo di una lista di "obiettivi". Non solo: l’autore fa capire che non scherza, mostrando di conoscere particolari della vita familiare del giornalista. La Digos ha già aperto un fascicolo e le indagini sono in corso.

Preoccupazione e costernazione sono i sentimenti che si diffondono da subito. Le minacce cadono in un momento particolarmente teso, dopo la vicenda di Dino Boffo, terreno di scontro politico e giornalistico, con Annozero al centro di furibonde polemiche e la "questione-informazione" rappresentata nella piazza del 3 ottobre.

Ruotolo è al lavoro per preparare la puntata di giovedì nella quale si parlerà di mafia con la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo, condanato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. Un’altra puntata difficile e delicata che potrebbe turbare i vertici di Viale Mazzini (domani si riunisce il Cda e discuterà dell’editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini).

Oggi tutti sono uniti nell’esprimere una solidarietà non di maniera a Ruotolo.«Ogni giornalista, al di là delle polemiche - dice il presidente del Senato Renato Schifani - ha il diritto di poter lavorare in piena serenità. Mi auguro che Ruotolo non si lasci intimidire e continui a lavorare in piena serenità non sentendosi solo perchè ha al fianco i colleghi e le istituzioni».

Massimo Liofredi, direttore di Raidue, telefona a Ruotolo per dargli appoggio e sostegno. Gli stessi sentimenti arrivano dal Pd con alcuni tra i principali esponenti del partito: Anna Finocchiaro, Walter Veltroni, Ignazio Marino, Paolo Gentiloni. Un invito agli investigatori a fare piena luce sull’accaduto è rivolto da senatori e deputati dell’Italia dei Valori.

Jacopo Venier (Pdci) invia un telegramma: «Caro Sandro Ruotolo, quando un giornalista fa bene il suo lavoro, come tu fai da anni, non deve avere nessuna paura, perchè il solo sapere di avere con sè l’affetto e il calore di milioni di telespettatori, che sono sicuro in queste ore ti staranno esprimendo solidarietà, lo fa sentire immune da qualsiasi minaccia». Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, esprime la vicinanza del suo partito a Ruotolo, oggetto di minacce di carattere assolutamente inquietante.«Le forze di polizia devono tenere molto alta la vigilanza a tutela della incolumità del giornalista», dice il presidente del Copasir, Francesco Rutelli.

Sull’altro fronte, la solidarietà arriva anche da Udc e la Lega. Secondo Roberto Rao, le minacce di oggi sono un segno di «quanto sia esasperato il clima di scontro che si respira nel nostro Paese nel campo dell’informazione». Solidarietà sincera viene espressa dai senatori della Lega.

Naturalmente c’è la mobilitazione collettiva dei colleghi: la Federazione della Stampa, l’Usigrai, l’Unci, Stampa Romana esprimono preoccupazione, ma contemporaneamente chiedono a Ruotolo di non lasciarsi intimidire. Anche le rappresentanze sindacali delle varie testate, come il Cdr del Tg2 e quello del Tg5, gli sono vicine.



http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200910articoli/47994girata.asp


Mafia, una testimone perde la copertura: torno in Sicilia, per lottare, non a morire





ROMA (4 ottobre) - «A distanza di 18 anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla vita. Non torno per morire ma per lottare». Lo scrive Piera Aiello in una lettera resa nota dall'Associazione antimafiae Rita Atria.

Dopo avere perso la sua copertura che le ha garantito di vivere in una località segreta sotto un altro nome, Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, quando decise di rompere con il suo contesto familiare e di denunciare il contesto mafioso che conosceva, è amareggiata per avere appreso di essere considerata una ex testimone. «Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione».

Piera Aiello spiegherà i motivi della sua decisione martedì prossimo alle 11.30 a Partanna (Tp), in via Crispi 199, in una conferenza stampa alla presenza di don Luigi Ciotti.




La testimonianza di Piera Aiello: sono rimasta senza copertura

di Jolanda Bufalini tutti gli articoli dell'autore


Una giovane donna senza volto, che non lascia traccia al suo passaggio: la sua immagine non va riprodotta, la sua voce non va registrata. E, fino a qualche giorno fa, anche i suoi passi si confondevano con quelli di cinque uomini di scorta. Ora no. Ora che è a Partanna di Sicilia, la città da cui è dovuta fuggire 18 anni fa, le autorità hanno deciso che la cognata di Rita Atria e, come Rita, testimone di giustizia, non ha necessità di protezione. Eppure di qui sono i boss della mafia del Belice che lei ha contribuito a far condannare.
È tornata a Partanna 48 ore fa, per rivolgersi alla stampa. Perché? «La mia è una ribellione contro l’assenza dello Stato, che da 18 anni qui non si è mai visto. Lo Stato pretende di gestirci ma non è così. Il servizio centrale di protezione delega al prefetto sul posto. Un prefetto che non sa nulla di me e della mia storia. Io, comunque - quando si è scoperto il luogo dove abito - mi sono rivolta al prefetto e abbiamo concordato l’istallazione della video-sorveglianza. A maggio ho presentato i preventivi ai carabinieri ma le telecamere non sono ancora state istallate».
È vero che non ha più scorta? «I carabinieri mi hanno spiegato che sono uscita dal programma di protezione. Sono fuori. Ma, quando sono entrata, io firmai per accettare. Mi pare che dovrei accettare anche per fuoriuscire. Sarei la persona più felice del mondo se qualcuno mi consegnasse un documento in cui c’è scritto che sono fuori pericolo. La realtà è un’altra: fino a pochi giorni fa avevo 5 persone di scorta. Cosa è successo dopo?».
Come è stato il ritorno a Partanna? «Traumatico e bello. Ho ritrovato affetti e oggetti che avevo lasciato diciotto anni fa: foto, quadri dipinti da me, il mio letto da ragazza...»
Lei dipinge? «Faccio di tutto, ricamo e tutte le cose artigianali che mi impegnano le mani. Serve ad estraniarmi e a restare sola con Piera».
Posso chiederle la sua situazione familiare attuale? «Ho una nuova famiglia. Sono stata vedova per 7 - 8 anni quando mio marito fu ucciso. Poi ho avuto la fortuna della possibilità di riaffacciarmi alla vita».
Il suo primo marito era il fratello di Rita Atria? «Quando fu ucciso mio marito, prima io e poi Rita decidemmo di testimoniare. Consideravamo inconcepibile un’esistenza in cui le persone vengono uccise».
Che ricordo ha di Rita? «Era una ragazza stupenda, aveva 17 anni ma la sua maturità era di una donna di 40. Ed era molto sola. E quando è morto zio Paolo si è accorta di essere rimasta ancora più sola».
Zio Paolo è Paolo Borsellino? «All’inizio gli davo del lei, lo chiamavo onorevole. E lui mi disse: “Con tutto il rispetto, ma io non sono onorevole né voglio esserlo. Sono un semplice procuratore della Repubblica”. Sa, Rita aveva 17 anni, io ventidue, mia figlia tre. Fu lui a dirci di chiamarlo così».
Come seppe dell’attentato? «L’ho saputo dalla Tv».
Come era la vita prima dell’omicidio di suo marito? «Era una vita di sotterfugi, di ribellioni, di bugie, di botte. Quello che oggi per una ragazza è scontato, allora, per noi, era una conquista. Uscire con un’amica a mangiare una pizza, dire quello che pensi. Tutto questo era impossibile».
Sua figlia ha oggi l’età che lei aveva allora. «Va all’università. Studentessa universitaria (c’è una nota di orgoglio in Piera quando pronuncia queste parole, ndr). E l’ultima volta che l’ho vista mi ha detto “mamma, ricordati che hai una famiglia”».
Non è d’accordo con la sua battaglia? «Non riesce ad avere fiducia nello Stato. Del resto, che fiducia si può avere? Ci sono stati troppi giochi di potere in questi 18 anni».
Sua figlia avrebbe preferito che lei non fosse testimone di giustizia? «Pensa che se decidi di testimoniare devi sapere che lo Stato non c’è. Mia figlia, per esempio, a scuola l’ho iscritta io. Andai dal preside e gli dissi: “Spero che lei non sia un mafioso”. Credo che, in un primo momento, mi abbia preso per pazza. Non era mafioso, era un bravo padre di famiglia e mi ha aiutato».
Che ne è delle persone condannate per l’omicidio di suo marito? «Dei processi e delle condanne io so poco. A me non interessa. Mi interessa la storia. Mi hanno detto che qualcuno di loro è libero».
Il sottosegretario Mantovano ha detto che parlare di abbandono dello Stato nel caso di Piera Aiello è cosa destituita di fondamento... «Io sarei felicissima di essere fuori pericolo, ma nessuno ha scritto in un documento che le cose stanno così. Non è una questione politica, è in ballo la vita di persone innocenti. La commissione antimafia ha presentato una relazione sulla condizione dei testimoni, se ne sono occupati Giuseppe Lumia e Angela Napoli che è di An. Una relazione ignorata e boicottata».
Come è stata accolta a Partanna? «Non si è visto nessuno, tranne i parenti e qualche amica cara».
Lei ha rotto l’omertà, non è accettata, c’è paura? «Non ci sono stati comitati di accoglienza. Non si sono “sperticati” per venirmi a trovare».
E quando esce che atteggiamenti incontra? «Da quando sono tornata io vivo in galera, ma volevo arrivare alla conferenza stampa. Ora vedremo, certo non intendo stare rinchiusa a fare una vita monacale».


07 ottobre 2009


http://www.unita.it/news/italia/89428/la_testimonianza_di_piera_aiello_sono_rimasta_senza_copertura

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